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A. Barone R.
Un Cristo lontano dipinge Angelo Barone, un Cristo la cui postura, sulla croce, diventa la presenza ossessiva di un tempo astorico; o , più precisamente ci pare come se il più tragico evento avvenisse, e fosse come sospeso, più nella memoria collettiva che nei fatti evidenti, della loro storica crudeltà. Insomma è come se noi non fossimo capaci di sentire fatti e tragedie della storia e li mettessiomo tutti, i fatti e le tragedie, in un canto astratto, in una citazione e forse è questa l'intuizione più geniale dell'artista. Angelo Barone ci dice di una sua autonoma visione certamente sofferta, che è sua soltanto e che contiene la sua porzione di mistero. Ed è anche la disperazione per la storia di tutti noi, che se poco, è propensa all'ottimismo, certamente invita a considerare le ragioni critiche del nostro essere uomini.




La grande tela alta due metri legge dal basso una crocifissione sorretta dalla struttura architettonica dell'insieme. Il Cristo della tradizione è leggero, svuotato sotto la cassa toracica, pudico e composto. Non serve il sostegno della croce, per Angelo è un simbolo di morte e non solo per l'autore Gesu' sulla croce è simbolo di vita. Due fili di plastica bastano a reggere l'icona. I pendoli alle sue spalle, fermi al centro, dove si è fermato quel Venerdì di dolore, testimoniano che il Salvatore è ancora vivo. La conferma viene anche dal suo corpo martoriato, ancora teso nell'attimo del passaggio: vuole vivere per sempre nella memoria di tutti noi. Il colore prevale sulla ruggine, sopra le parti meccaniche. Il dipinto, grazie alla notevole tridimensionalità, spinge il Cristo in primo piano e ne mostra il volto umanissimo ben illuminato. In questo tipo di composizioni l'atemporalità è il medium principale attraverso cui si giustifica il messaggio.
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